Essere un BREAKER 👊 🇮🇹

Sono seduto che aspetto il mio turno, ripasso a mente l’entrata e l’uscita, il resto è sempre automatico, sono le variazioni che fanno la differenza, le ho provate decine di volte, ho lividi sulle ginocchia da quando avevo 16 anni e non è un caso se giro in back spin così a lungo prima di chiudere in freeze, perchè ho imparato da solo, guardando i video delle battle, guardando “wild style”

e “beat street” perchè nella mia cittadina non c’era nessuno prima di me e dovevo prendere il treno e farmi 150 km per confrontarmi con qualcuno che sapesse cos’è la break dance…e avesse voglia di condividere con me ciò che aveva imparato.

Adesso manca un’entrata e poi ci sono io, il cerchio mi aspetta, non credo mai di essere il migliore, mi piace semplicemente l’ebrezza di mostrare le variazioni che ho fatto mie, il fatto che vado sempre a tempo anche con i passi più intricati e che rispetto l’origine di ogni movimento, perchè l’ho studiata.

Magari lo capiscono in due tra quelli che stanno al bordo del cerchio e nessuno tra i curiosi che stanno a guardarci, ma mettere dei classici nelle mie entrate mi fa sentire tutt’uno con l’origine di questa disciplina e mi ricorda da dove viene questa cultura.

Noi breakers siamo i più puri, non ho dubbi, parliamo poco o niente ai party, ci scaldiamo in un angolo, non fumiamo (quasi nessuno di noi) beviamo poco e badiamo al sodo.

Di sicuro sudiamo più di tutti e spesso veniamo considerati dei comprimari, una specie di coreografia dello show di qualcun altro… ma dietro alla nostra esibizione c’è la fatica vera, il sacrificio.

A volte mi considero un monaco shaolin da quanto a lungo provo le combinazioni e quanta concentrazione mi serve per collegarle come voglio.

Finalmente ho un lavoro che mi piace: insegnare ai ragazzi la break dance, non solo la tecnica, ma la filosofia che c’è dietro, l’energoa, l’adrenalina di partecipare ad una battle, anche se so che è impossibile trasmettere le emozioni che provavo quando andavo al muretto o ai portici da una città all’altra, per confrontarmi con le scuole di strada, le vere battle fatte di sguardi infuocati, dietro cui c’era però il vero rispetto.

Spesso mi chiedo se questa diffusione non ci abbia fatto perdere il contatto con l’origine, ed allora mi sento ancora più motivato ad insegnare ai ragazzi cosa significa imparare da soli dei movimenti che non sono naturali, che sfidano le leggi della gravità, che vanno oltre il coraggio di eseguirli, che non sono passi che riescono consapevolmente fino a che non hai trovato il limite.

Mia madre mi angosciava sempre con la salute, come se fossi uno che scalava l’Everest a mani nude, non riusciva a tollerare che girassi sulla testa per interi minuti, ma soprattutto non capiva il motivo e non lo capisce tuttora, che mi spinge a rischiare lo schiacciamento delle vertebre e danni irreparabili alle articolazioni, per eseguire quello che un essere umano normale non farebbe nemmeno se inseguito da un orso polare; in effetti sulla pelle ne ho provate parecchie di situazioni sgradevoli, buttandomi nel cerchio con 2 gradi di temperatura, sul marmo gelato, senza il riscaldamento muscolare adeguato, preso dalla foga di dimostrare cosa sapevo fare, tornando la sera a casa come uno zombie, con il torcicollo e le mani grige dallo sporco raccolto.. ma è così che ho guadagnato il rispetto dei miei avversari e conosciuto i migliori amici che ho, che ho fatto valere il mio stile fino a farmi rappresentare la mia città ai primi contest, quelli all’interno delle hip hop convention, quando si condivideva una festa coi writers e gli mc, quando i DJ ci vedevano scaldarci lontano dai riflettori e per farci capire che stimavano il nostro sacrificio, spolveravano il vinile coi break beat più ricercati e ci invitavano ad aprire il cerchio chiamandoci al microfono.

Mi manca molto quella condivisione, quando i writers venivano a vederci ballare anche nel centro sociale più sudicio e poi andavamo insieme a taggare la città, a lasciare il nostro nome scritto con lo spray, quando gli mc facevano free style citando i nostri passi e lasciando il silenzio quando si apriva il cerchio, per rispettare il nostro momento, insieme eravamo un gruppo omogeneo che con peculiarità diversissime parlava lo stesso linguaggio attraverso mezzi diversi.

Adesso però abbiamo preso i nostri spazi, nelle palestre, nelle fiere, sui palchi dei cantautori italiani, consapevoli delle origini, ma rivolti al futuro e penso che sia giusto, che tutto quello che abbiamo imparato abbia una destinazione e che è meglio che ci sia sempre qualcuno degli “originali” a rappresentare la verità, in mezzo a tanti opportunisti.

Tocca a me, il mondo attorno sparisce, entro nel cerchio, che simboleggia l’iniziazione nelle culture tribali, dove si dimostra a turno il proprio valore, sorretti dal battito di mani e l’incitamento della propria crew, mai da soli a confrontarci con la dura realtà: la legge di gravità e la consistenza del pavimento, un confronto leale, ad armi pari, dove i valori si avvicinano e per distinguersi bisogna essere originali, mettere la propria personalità in gioco.

Adoro queste sensazioni e adesso che sono dentro spazio e tempo si fondono.

Stefano “Word” Serio

Stefano Word Serio

Rimini IT

Old School MC e testimone della golden age. L'istinto della scrittura per passione della cruda realtà

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