Essere un WRITER 👊 🇮🇹

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Sto aspettando da mezz’ora dietro questa cabina elettrica, con l’ombra creata dal lampione giallo che sovrasta la struttura, che mi protegge dalla vista di chi passa in macchina o a piedi, devo solo fare silenzio assoluto, gli spray nello zaino sono separati da pezzetti di cartone e sono quasi tutti pieni, per evitare che le sfere interne facciano rumore quando mi muoverò, non voglio fare la mucca nel recinto, col campanaccio al collo, queste accortezze sono fondamentali quando si dipinge in zone a rischio.

Ho pianificato il blitz nei dettagli perché l’argentone che spruzzerò su sto muro si vede dalla tangenziale nelle ore di punta, quando tutta la città si muove per campare. Il muro costeggia il guard rail nell’unico punto in cui mancano i pannelli fonoassorbenti che separano il rumore del traffico dai palazzoni abitati da migliaia di disagiati di periferia e in più in questo punto c’è una curva a gomito che costringe a rallentare tutti i mezzi che passano, questo è quello che cercavo, una vetrina metropolitana gratuita, per imporre il mio stile col mio nome alla città che amo ma che si ostina ad ignorarmi.

Sette bombole in tutto nello zaino nero, come la felpa col cappuccio, i jeans e le scarpe, perché il buio è il mio primo alleato, assieme alla routine delle guardie, che piuttosto che fermarsi a controllare un’ombra rimangono al caldo della loro vettura d’ordinanza, ma non si sa mai, l’esaltato di turno potrebbe rovinarmi ben più che la nottata, sporcarsi la fedina penale è un attimo, non che me ne importi troppo, ho già avuto i miei incontri periodici con le forze dell’ordine in passato, ma qui c’è in ballo una sfida più grande, che è anche il paradosso più affascinante della mia vita: cercare la notorietà rimanendo nell’anonimato.

Non sono introverso per natura, ma preferisco dare un’immagine di me più anonima possibile e identificarmi nello stile delle mie lettere, nei colori dei miei pezzi, eccitare l’immaginazione dei miei concittadini tramite la ripetizione del mio nome su metro, bus, treni e muri grigi.

Qua è tutto grigio, come lo è l’animo degli abitanti ed io regalo loro un sorso di arcobaleno a cui ristorarsi nei momenti più cupi, come se un architetto perverso avesse messo gli elementi in fila per trasformare le persone in automi obbedienti ed io fossi la scheggia impazzita che fa risvegliare dal torpore anche solo l’1% di quelle anime. Il sistema non lo sopporta, per questo ci cacciano come fossimo criminali incalliti, ci giudica tramite articoli sempre più banali e perbenisti… e mi da ancora più gusto ogni volta che metto a segno un colpo, una notte dopo l’altra, scatenando curiosità e indignazione, ma anche rispetto e sorrisi, come quando la città si risveglia con un mio throw up su un tetto, giudicandomi un pazzo sognatore.

L’odore dello spray è una vera droga, posso sentirlo mescolato allo smog e alla ferraglia bruciata nel deposito delle ferrovie qua vicino, mi scatena dei ricordi multistrato e associo le tonalità a settimane della mia vita in cui mi sono successe le cose più significative, i litigi in casa, a scuola con i professori, l’amore, le fughe dalle guardie durante le prime uscite, il fiato corto nascosto tra due corsie della statale sotto al guard rail o lungo il tunnel della metro al buio totale per 25 minuti. Non ci si abitua mai a certe situazioni, si diventa solo più svelti e più furbi, si ottimizzano i tempi e si conosce meglio ogni angolo del quartiere.

Conosco la mia città meglio di un assessore all’urbanistica, ne sono certo: ho studiato tutte le vie principali, i vicoli, le vie nascoste tra un isolato e l’altro, dove si accede solo da cortili interni… conosco i punti di snodo principali, quanto durano i semafori e quante auto ci passano al minuto di giorno e all’ora di notte, conosco la dislocazione delle telecamere e quali sono in funzione o meno, un paio le ho disattivate io con la fionda, una settimana prima di andarci a dipingere.

La città è mia, a determinati orari un pezzettino alla volta, gli schemi si rovesciano, non importa se altri writers ci passano prima o dopo di me, non è una sfida tra di noi, alcuni sono amici e dipingiamo insieme negli hall of fame o alle convention, ma quando faccio gli illegali, quelli pesi, preferisco essere solo, essere l’unica variabile, l’unico responsabile del mio destino.

Ho incrociato la malavita svariate volte, nelle loro attività notturne, quasi sempre gestori e vittime della prostituzione, alcune di loro mi hanno anche aiutato, facendomi nascondere nei posti dove portavano i clienti mentre la volante mi cercava e difendendomi dai loro protettori quando attiravo troppo l’attenzione, gente che non ha voglia di ascoltare spiegazioni, non vuole sapere perché lo faccio, anzi, probabilmente mi credono un coglione, dato che non guadagno nulla dal rischio che mi prendo, ma loro fanno parte del sistema, più di quanto non immaginino.

Perché lo faccio?.. la domanda è opportuna, da parte di me stesso in primo luogo, ma qualche curioso meno malizioso me l’ha posta più di una volta con reale curiosità, quasi affascinato, parliamo di gente con cui ho confidenza, che abita nel mio palazzo e mi incrociano alle sei di mattina quando monta in turno in fabbrica mentre io torno dalla nottata di bombing… a loro rispondo sincero, svelo la mia missione, ma non il mio nome, quello lo proteggo con la vita, perché non è quello che hanno scelto i miei genitori o i miei compagni di classe, quelli del bar o del centro sociale, quasi tutti nomi triti e ritriti: secco, lungo, storpiature del cognome, abbreviazioni del nome, non è nemmeno un nome d’arte…è il codice del mio destino, una sequenza di lettere impressa nel mio codice genetico che mi è stata svelata dopo aver superato delle prove. Ancora ricordo il quaderno di grammatica, rovesciato, dove provavo le prime lettere, scrivevo anche in rima ispirato dai primi rappers della mia città, ma non avrei mai potuto salire su un palco per esibirmi, la mia strada è più oscura e tortuosa. Ricordo la meraviglia quando ho scoperto come collegare le prime lettere, incastrate come pezzi di puzzle, l’effetto che facevano da tutte le angolazioni. Il mio nome è stato forgiato sulla mia anima ed è per questo che mi sento così bene a riprodurlo centinaia di volte, evolvendo lo stile, non la calligrafia,  posso farlo lentamente con un fat cap per esaltarne lo spessore del tratto, o velocemente quando faccio una carrozza della metro e conto i secondi che mancano all’allarme e alla fuga, lo stile rimane, mai incompiuto, sempre diverso, sempre d’impatto, perché mi sono preparato e prendo estremamente sul serio ogni linea che traccio, Dalla carta alla strada, poi la foto, per ricordare ma soprattutto per dimostrare e per migliorare, nessun rammarico, nessuna scorciatoia per arrivare al mio vero stile, l’originalità e l’orgoglio.

Ho trasportato le capacità nel lavoro che faccio, al computer, le grafiche sullo schermo sono giochetti in confronto, perchè sono addestrato alle condizioni estreme della strada, del buio, del tempo limitato. Applico le conoscenze pluricollaudate della gestione delle proporzioni e acquisisco la padronanza dell’insieme (dello zoom al contrario) nei lavori che mi assegnano, mi pagano per fare quello che mi riesce naturale: portare la verità su due dimensioni, illustrare un’idea e lanciare un messaggio. Questa è solo la seconda delle soddisfazioni che l’investimento della vita artistica  in strada mi ha portato, la prima è che mi sono trovato nella nebbia dell’oblio, ho scoperto chi sono e cosa faccio, sono un writer, modellatore delle lettere e padrone del colore ….ed ora vado a colpire, nel buio delle 4:20 solo il rumore dello spray, una nuvola di polvere argentata, outline blu scuro e overline arancione… domani nessuno potrà ignorare il mio passaggio e rimarrà una traccia di me per un bel po’ di tempo.

Stefano “Word” Serio

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Stefano Word Serio

Rimini IT

Old School MC e testimone della golden age. L'istinto della scrittura per passione della cruda realtà

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